domenica 17 gennaio 2016
Dotazioni necessarie
DALLO SPEZIALE AL FARMACISTA:UN'ARTE CHE DIVENTA SCIENZA
(seconda puntata)
Cominciamo ora a valutare di che cosa abbiamo bisogno per lavorare al meglio e in sicurezza.
Per prima cosa devo stabilire che cosa so fare e che cosa voglio fare: sembrano due concetti sovrapponibili, in realtà sono separati dall'abisso della concretezza. Quello che so fare lo posso fare subito, adesso; quello che voglio fare, lo farò solo dopo che avrò imparato, se avrò tempo, se troverò chi me lo insegnerà.
Inizio ora, allo stato attuale so o posso fare poco ( es. in parafarmacia): fitoterapici per via orale, creme, emulsioni e paste abbastanza semplici. Mi basta una bilancia,un' incapsulatrice, una cappa per polveri, un bagnomaria ed un miscelatore per creme ed emulsioni (più, naturalmente, vetreria varia, spatole, cucchiai, etc.). Al tema "bilance" (e "pesate") dedicherò un intero post, tanto l'argomento, a mio dire, è delicato e pressante: in questo momento è sufficiente affermare che non ho bisogno di un oggetto particolarmente raffinato, non dovendo pesare minime quantità in modo assolutamente rigoroso. Invece sceglierei una incapsulatrice di buona qualità, magari di un solo formato medio ( 1 o 0), se possibile di acciaio inossidabile o alluminio, poiché si lavano facilmente e le capsule vi scorrono molto bene.
La cappa per polveri è necessaria per proteggere l'operatore dall'inalare di tutto e di più ( ricordatevi sempre che per prima cosa dovete tutelare la sicurezza di chi sta in laboratorio, anche e soprattutto se siete voi stessi); inoltre, per certi estratti vegetali molto colorati come l'estratto secco di curcuma o di ibisco riduce sensibilmente la dispersione e la conseguente colorazione di tutto l'ambiente. Ne consiglio una a braccio, che vi possa accompagnare durante l'intero lavoro.
Per quanto riguarda il bagnomaria è bene sapere che oltre a quello ad acqua esiste quello ad olio (di silicone): non sviluppa muffe, può raggiungere temperature più alte e le mantiene più stabili. In caso di bisogno, ve lo potete anche costruire da soli: è sufficiente una piastra riscaldante, un becher grande ed un termometro idoneo. Una pinza per svitare i tappi è perfetta per tenere fermo ciò che dovete riscaldare.
In un primo tempo un miscelatore ad immersione ( tipo "Minipimer") può andare bene.
È evidente che con questi oggetti farete poca strada. Tuttavia, quando iniziate, non sapete ancora quale successo avrà la vostra impresa: non abbiate fretta, esercitatevi a lungo, ponetevi come obiettivo di essere sempre più precisi e più accurati. Imparate a lavorare con spirito critico e annotatevi problemi, difficoltà ed errori commessi.
Se lo desiderate, ne possiamo parlare assieme: tante teste ragionano sempre meglio di una sola e l'esperienza di alcuni deve essere una ricchezza per tutti.
Scelte razionali
DALLO SPEZIALE AL FARMACISTA. UN'ARTE CHE DIVENTA SCIENZA
(prima puntata)
Ho deciso di riprendere un vecchio progetto, quello cioè di postare periodicamente (uno a settimana: di più proprio non ce la faccio!) piccoli scritti con i quali cercare di rispondere ai quesiti che i colleghi mi pongono più frequentemente.
Mi sono accorta che, molto spesso, il farmacista che si occupa di galenica viene considerato come un cuoco o aspirante tale: trova la ricetta e sommarie indicazioni su come realizzarla. Anche se è molto esperto e competente non si pone mai come un professionista , ma piuttosto come un valido artigiano, i cui risultati siano più il frutto di abilità pratica che non di rigore scientifico.
Cominciamo dalla domanda che in questo periodo mi viene posta più spesso: per avviare un laboratorio galenico quali apparecchiature debbo comprare?
Le apparecchiature galeniche debbono rispondere a tre requisiti fondamentali:
1. permettermi di eseguire al meglio il mio lavoro
2. permettermi di lavorare in sicurezza
3. essere economicamente sostenibili.
Partiamo da quest'ultimo punto ( il più ostico): quando investo per l'azienda debbo sempre stabilire se un oggetto mi serve realmente, quale scopo voglio raggiungere e in quanto tempo rientrerò dalle spese.
Facciamo un esempio: ho ricevuto un'eredità e posso scegliere fra comprarmi un oggetto personale costoso o un apparecchio per il mio lavoro. Ora, per quanto riguarda la mia vita privata, se il denaro ha provenienza lecita, ne posso fare quello che voglio, anche gettarlo dalle finestra o darlo in beneficenza. Non ne debbo rispondere a nessun altro se non a me stessa come privato cittadino. Ma se lo voglio investire per l'azienda ho l'obbligo di rispondere alle sue esigenze e usarlo per raggiungere il risultato che mi ero prefissata. Il denaro non è più "mio" in senso stretto, ma dell'azienda e deve portarle un vantaggio. Mi pongo un obiettivo realistico e a tale debbo tendere.
Se state pensando all'obiezione secondo la quale io e la mia azienda siamo la stessa persona vi debbo subito smentire: NON siamo la stessa cosa, ma nei due ambiti svolgiamo due funzioni completamente diverse, con obblighi e doveri assolutamente distinti. Come privato cittadino mi preoccupo del mio benessere, come imprenditore lavoro per il benessere della mia azienda. Non sempre i due obiettivi coincidono, né debbono necessariamente coincidere.
Per cui è severamente vietato innamorarsi dell'ultimo marchingegno stratosferico che non userò mai, ma fa tanto "farmacista galenista ultra-iper accessoriato super galattico".
Elogio al caos
Le prime ore del mattino mi sono sempre piaciute.
Mi piace alzarmi presto, andare in cucina, sorseggiare il primo caffè della giornata, pensare con calma alla giornata che mi aspetta mentre dalla finestra entrano tutte le sfumature dell'alba. È un bel momento, in genere mi sento piena di energia e di idee e, soprattutto, mi sembrano tutte facilmente realizzabili.
Poi inizia la guerra e da quel momento è tutta una corsa, un problema, un affanno, una richiesta di miracolo o un intervento di emergenza. Sarebbe bello lavorare con calma, una cosa per volta, una domanda alla volta. Senza contare il telefono: ci sono notti in cui ne sogno lo squillo continuo e mi sveglio agitata in uno stato vicino al panico. O sogno una preparazione che non riesco a fare, un lavoro che non ho completato, una risposta che non riesco a dare.
Va bene, troppa ansia. Cerchiamo di darci una calmata.
La tragedia è che ho troppe idee e troppo poche ore al giorno. Me ne servirebbero almeno il doppio: facciamo un centinaio, dovrebbero bastarmi. Almeno a giorni alterni.
Ho deciso di cominciare con l'organizzarmi meglio e con più metodo. Per prima cosa, devo imparare a dividere la giornata in blocchi, in ognuno dei quali dedicarmi principalmente ad una sola attività. Nel primo schema che ho preparato ho riempito tutto il tempo dalle 6.30 alle 22.30 con brevi pause di servizio (tipo: mangiare, fare la doccia, etc..) per sei giorni alla settimana: non credo che potrei reggere questo ritmo per molto tempo. Sono vecchia, le energie mi stanno scemando, va bene ipercinetica, ma c'è un limite. Cambiamo programma.
Nella seconda proposta ho lasciato dei tempi "cuscinetto" per ricaricarmi fra un impegno e l'altro e smaltire le emergenze: in un soprassalto di onestà ho dovuto riconoscere che le famose emergenze mi fagociterebbero già il primo giorno. Scartata.
Al terzo tentativo sono finalmente giunta all'idea più giusta: divisione equa dei compiti, programmazione dettagliata della giornata con ruolino di marcia rigoroso: chi è dove, cosa deve fare, ognuno con un compito, un compito per ognuno.
Mi sono sentita come quando vado a fare la spesa al supermercato con una lista dettagliata e completa: una vera casalinga modello. Peccato che poi, per tutta la settimana, quando apro il frigo, non ci trovi niente di interessante da mangiare.
Va bene, troppa ansia. Cerchiamo di darci una calmata.
La tragedia è che ho troppe idee e troppo poche ore al giorno. Me ne servirebbero almeno il doppio: facciamo un centinaio, dovrebbero bastarmi. Almeno a giorni alterni.
Ho deciso di cominciare con l'organizzarmi meglio e con più metodo. Per prima cosa, devo imparare a dividere la giornata in blocchi, in ognuno dei quali dedicarmi principalmente ad una sola attività. Nel primo schema che ho preparato ho riempito tutto il tempo dalle 6.30 alle 22.30 con brevi pause di servizio (tipo: mangiare, fare la doccia, etc..) per sei giorni alla settimana: non credo che potrei reggere questo ritmo per molto tempo. Sono vecchia, le energie mi stanno scemando, va bene ipercinetica, ma c'è un limite. Cambiamo programma.
Nella seconda proposta ho lasciato dei tempi "cuscinetto" per ricaricarmi fra un impegno e l'altro e smaltire le emergenze: in un soprassalto di onestà ho dovuto riconoscere che le famose emergenze mi fagociterebbero già il primo giorno. Scartata.
Al terzo tentativo sono finalmente giunta all'idea più giusta: divisione equa dei compiti, programmazione dettagliata della giornata con ruolino di marcia rigoroso: chi è dove, cosa deve fare, ognuno con un compito, un compito per ognuno.
Mi sono sentita come quando vado a fare la spesa al supermercato con una lista dettagliata e completa: una vera casalinga modello. Peccato che poi, per tutta la settimana, quando apro il frigo, non ci trovi niente di interessante da mangiare.
domenica 10 gennaio 2016
Uomo vs materia
Mio padre diceva di amare la chimica perché nell'eterno conflitto fra l'uomo e la materia, l'uomo ha sempre torto e la materia sempre ragione. Nessun dubbio, nessuna incertezza: se in laboratorio le cose non vanno come vuoi tu, la colpa è sempre e solo tua. La natura parla il linguaggio della chimica: se non lo capisci la carenza è tua. Punto.
Ho sempre trovato tutto questo estremamente rassicurante: eliminati i diversi punti di vista, cancellate opinioni ed emozioni personali, tutto si risolve nel più diretto e brutale dei modi. Non hai studiato abbastanza, le tue riflessioni non sono state sufficienti, non hai ponderato bene ogni cosa. China la testa, mastica amaro e ricomincia da capo. E questa volta cerca di impegnarti di più.
Rifugiarsi in un mondo dove i confini sono definiti e mancano ombre e sfumature può essere molto rilassante: peccato che fuori dalla bolla tutto sia molto più complicato.
Gli esseri umani, benché alla fine siano un agglomerato di atomi e molecole, sono governati da un'entità impalpabile ed eterea che possiamo chiamare anima, ma anche pensiero o ragione o sentimento. Non ha dimensioni, nessuno l'ha mai vista, non sappiamo neppure esattamente com'è: crediamo abbia un potere illimitato, ma si spegne in un attimo. Le attribuiamo tutte le virtù, ma è più fragile del cristallo più fragile.
Ecco noi, per esempio. Abbiamo appena concluso un buon anno e siamo piene di progetti per il futuro: alterniamo euforia ed entusiasmo a momenti di sconforto per non dire panico quando ci scontriamo con normali dissensi e contestazioni. Abbiamo fatto una scelta di campo (non voglio definirla etica, secondo me l'etica è un'altra cosa, diciamo professionale):siamo farmaciste e facciamo le farmaciste. E se questo comporta negare un collirio contenente antibiotico e cortisone ad un cliente che non ha la ricetta, il nostro dovere è spiegare la necessità non di un'impegnativa come atto burocratico, ma di una attenta valutazione da parte di un esperto per evitare danni anche molto seri agli occhi. E se il suddetto cliente ritorna indignato per aver perso tempo in quanto il medico gli ha prescritto esattamente quello che lui voleva senza neppure guardarlo e se la prende con noi che siamo così arroganti (a dire il vero, lui ha detto, del tutto a sproposito, "tuttologi") da trovare difficoltà anche dove non c'è ne sono: beh, mi dispiace, ma non credo proprio che siamo noi dalla parte del torto. L'ho detto e lo ripeto: siamo farmacisti, il farmaco è il nostro mondo, in questo campo siamo i sanitari più competenti.
Per favore, lasciateci lavorare.
Ho sempre trovato tutto questo estremamente rassicurante: eliminati i diversi punti di vista, cancellate opinioni ed emozioni personali, tutto si risolve nel più diretto e brutale dei modi. Non hai studiato abbastanza, le tue riflessioni non sono state sufficienti, non hai ponderato bene ogni cosa. China la testa, mastica amaro e ricomincia da capo. E questa volta cerca di impegnarti di più.
Rifugiarsi in un mondo dove i confini sono definiti e mancano ombre e sfumature può essere molto rilassante: peccato che fuori dalla bolla tutto sia molto più complicato.
Gli esseri umani, benché alla fine siano un agglomerato di atomi e molecole, sono governati da un'entità impalpabile ed eterea che possiamo chiamare anima, ma anche pensiero o ragione o sentimento. Non ha dimensioni, nessuno l'ha mai vista, non sappiamo neppure esattamente com'è: crediamo abbia un potere illimitato, ma si spegne in un attimo. Le attribuiamo tutte le virtù, ma è più fragile del cristallo più fragile.
Ecco noi, per esempio. Abbiamo appena concluso un buon anno e siamo piene di progetti per il futuro: alterniamo euforia ed entusiasmo a momenti di sconforto per non dire panico quando ci scontriamo con normali dissensi e contestazioni. Abbiamo fatto una scelta di campo (non voglio definirla etica, secondo me l'etica è un'altra cosa, diciamo professionale):siamo farmaciste e facciamo le farmaciste. E se questo comporta negare un collirio contenente antibiotico e cortisone ad un cliente che non ha la ricetta, il nostro dovere è spiegare la necessità non di un'impegnativa come atto burocratico, ma di una attenta valutazione da parte di un esperto per evitare danni anche molto seri agli occhi. E se il suddetto cliente ritorna indignato per aver perso tempo in quanto il medico gli ha prescritto esattamente quello che lui voleva senza neppure guardarlo e se la prende con noi che siamo così arroganti (a dire il vero, lui ha detto, del tutto a sproposito, "tuttologi") da trovare difficoltà anche dove non c'è ne sono: beh, mi dispiace, ma non credo proprio che siamo noi dalla parte del torto. L'ho detto e lo ripeto: siamo farmacisti, il farmaco è il nostro mondo, in questo campo siamo i sanitari più competenti.
Per favore, lasciateci lavorare.
mercoledì 6 gennaio 2016
L'arte del comando
Vorrei dire subito una cosa: comandare non solo non è facile, ma in genere comporta una posizione piuttosto scomoda.
Innanzitutto, in ogni organizzazione è indispensabile che ci sia un capo: mi rendo conto che per i collaboratori questo non è sempre agevole da digerire. Ma senza un responsabile che organizzi, regoli e disciplini il lavoro non c'è speranza di ottenere qualche risultato. L'umanità in tutta la sua storia ha fatto innumerevoli tentativi di sopprimere le gerarchie, ma sono tutti miseramente falliti.
Certo, bisogna intendersi sul concetto di comando: il potere è indissolubilmente legato all'idea di responsabilità, e questa lo rende decisamente più problematico.
Bisogna anche aggiungere che non sempre l'attitudine al comando è innata e non si eredita: innato è in una certa misura il carisma personale, il ruolo si può ereditare, ma la realizzazione è il frutto dell'impegno costante e di tanto lavoro. Una volta ho visto un'immagine che mi ha molto colpito: da una parte c'era una ballerina nello splendore della sua armonia e leggerezza e dall'altra i suoi piedi nudi deformi e piagati. Siamo disposti a riconoscere la fatica dietro il successo di artisti ed atleti: per altri ruoli preferiamo vederci solo la fortuna e il privilegio. Fortuna e privilegio possono offrire l'opportunità iniziale, come un fisico dotato o una predisposizione naturale. Poi, è tutto volontà e determinazione.
Bisogna sapere dove si vuole andare, su quali forze si può contare e quali regole si debbono rispettare. Ancora una volta niente sconti o scorciatoie: se non so che cosa voglio conquistare, come è composto il mio esercito e come voglio ottenere la vittoria, combatto a caso e spreco energie e risorse. Oltre a creare malumore e confusione.
Prendiamo, ad esempio, la questione delle regole: che piaccia o no, la società civile non può fare a meno di regole chiare, semplici ed equilibrate. Anzi, a dire il vero, ogni agglomerato di esseri viventi, ha le sue regole: più o meno complesse, più o meno elaborate, più o meno eque, ma sempre indispensabili. Rispondono all'esigenza suprema della sopravvivenza, se non come individualità, almeno come collettività. Non si ottiene maggior consenso dalla loro mancata applicazione: un genitore che rinuncia ad essere normativo non cresce dei figli più affezionati, ma solo più confusi e insicuri.
Il segreto sta in due aggettivi: equilibrate e condivise. Non credo servano altre parole.
Innanzitutto, in ogni organizzazione è indispensabile che ci sia un capo: mi rendo conto che per i collaboratori questo non è sempre agevole da digerire. Ma senza un responsabile che organizzi, regoli e disciplini il lavoro non c'è speranza di ottenere qualche risultato. L'umanità in tutta la sua storia ha fatto innumerevoli tentativi di sopprimere le gerarchie, ma sono tutti miseramente falliti.
Certo, bisogna intendersi sul concetto di comando: il potere è indissolubilmente legato all'idea di responsabilità, e questa lo rende decisamente più problematico.
Bisogna anche aggiungere che non sempre l'attitudine al comando è innata e non si eredita: innato è in una certa misura il carisma personale, il ruolo si può ereditare, ma la realizzazione è il frutto dell'impegno costante e di tanto lavoro. Una volta ho visto un'immagine che mi ha molto colpito: da una parte c'era una ballerina nello splendore della sua armonia e leggerezza e dall'altra i suoi piedi nudi deformi e piagati. Siamo disposti a riconoscere la fatica dietro il successo di artisti ed atleti: per altri ruoli preferiamo vederci solo la fortuna e il privilegio. Fortuna e privilegio possono offrire l'opportunità iniziale, come un fisico dotato o una predisposizione naturale. Poi, è tutto volontà e determinazione.
Bisogna sapere dove si vuole andare, su quali forze si può contare e quali regole si debbono rispettare. Ancora una volta niente sconti o scorciatoie: se non so che cosa voglio conquistare, come è composto il mio esercito e come voglio ottenere la vittoria, combatto a caso e spreco energie e risorse. Oltre a creare malumore e confusione.
Prendiamo, ad esempio, la questione delle regole: che piaccia o no, la società civile non può fare a meno di regole chiare, semplici ed equilibrate. Anzi, a dire il vero, ogni agglomerato di esseri viventi, ha le sue regole: più o meno complesse, più o meno elaborate, più o meno eque, ma sempre indispensabili. Rispondono all'esigenza suprema della sopravvivenza, se non come individualità, almeno come collettività. Non si ottiene maggior consenso dalla loro mancata applicazione: un genitore che rinuncia ad essere normativo non cresce dei figli più affezionati, ma solo più confusi e insicuri.
Il segreto sta in due aggettivi: equilibrate e condivise. Non credo servano altre parole.
domenica 3 gennaio 2016
Siamo arrivati ai buoni propositi per l'anno nuovo
È da ieri che ci penso: per una volta mi piacerebbe fare una cosa ragionata, credibile e realista, non una specie di elenco che inizia con "sarò più calma, mangerò meglio, etc", per finire "lotterò per la pace nel mondo". Non ho nessuna intenzione di muovere un dito per la pace nel mondo, non ci credo, ho la guerra in testa (lo dice una mia collaboratrice) oltre ad un sacco di altre idee.
Dopo lunga e penosa riflessione ho deciso: dedicherò il 2016 alla comunicazione.
Mi sono accorta che è il vero punto dolente dei rapporti umani in genere e del mio personale microcosmo in particolare.
Spesso ascolto dal laboratorio pezzi di dialoghi che si intrecciano in farmacia: li sento, ma non vedo chi li pronuncia; colgo toni e inflessioni, ma mi mancano le espressioni ed il linguaggio del corpo. È un esercizio interessante perché mi permette di analizzare la qualità del processo comunicativo.
Mio padre diceva che mia madre quando parlava sembrava che accendesse l'audio a caso in mezzo al flusso dei suoi pensieri. Bene, ho scoperto che questo, in modo più o meno marcato, accade quasi a tutti e anche molto di frequente. Intanto, molto spesso, manca il soggetto della frase quando non è per niente sottinteso: sembra una sciocchezza, ma, vi assicuro, nelle comunicazioni di servizio cercare di far mente locale su di che cosa stiamo parlando fa perdere un mucchio di tempo e ingenera un sacco di equivoci.
Un altro elemento critico riguarda i tempi della comunicazioni: parlare ad una persona concentrata in un altro lavoro non solo la disturba, ma, soprattutto, è del tutto inefficace. Lo ripeto almeno venti volte al giorno, ma le brutte abitudini sono dure a morire.
Sul fronte dei contenuti, invece, il problema è più complicato: per qualche bizzarro motivo si tende a ritenere più educato (o meno aggressivo) non parlare chiaramente e direttamente, ma tacere sul momento per brontolare o criticare o contestare in separata sede, in assenza dell'interlocutore d'elezione. In questo caso interviene una certa confusione fra forma e sostanza: dire ad una collega " se fai in questo modo mi metti in difficoltà: puoi fare in quest'altro modo?" non può essere considerato in alcun modo una mancanza di rispetto o fonte di offesa da lavare col sangue. Tacere di fronte a qualcosa che disturba per poi o sbottare in modo brusco quando si è giunti al limite o mugugnare a mezza voce con tutti quelli che capitano a tiro tranne il diretto interessato è molto peggio. I dissapori si ingigantiscono ed il malumore serpeggia senza tregua.
Il punto vero è un altro: talvolta non è un singolo gesto o un comportamento quello che disturba, ma un insieme di atteggiamenti, un modo di porsi in generale ed è molto difficile affrontare il sentire confuso ed indefinito che domina la situazione. È inutile negarlo: nel gruppo tendono a prevalere più debolezze e fragilità che non i punti di forza di ciascuno.
E bisogna chiarire un'altra questione: per lavorare bene assieme e costituire una squadra unita non si deve essere necessariamente amici nel senso più comune che si attribuisce a questo termine. Stare bene con altre persone e collaborare con esse non richiede per forza una condivisione anche della propria sfera privata. Se nasce spontaneamente un legame più intimo è un'ottima cosa, ma ognuno a diritto alla salvaguardia e al rispetto della propria individualità e delle proprie scelte. Quando ci si addentra nel mondo dei sentimenti ci si caccia in un ginepraio da cui è difficile uscirne indenni o, perlomeno, con pochi danni.
Mi consola il fatto che c'è lavoro almeno per altri tre anni: fino al 2019 sono a posto con i buoni propositi.
Dopo lunga e penosa riflessione ho deciso: dedicherò il 2016 alla comunicazione.
Mi sono accorta che è il vero punto dolente dei rapporti umani in genere e del mio personale microcosmo in particolare.
Spesso ascolto dal laboratorio pezzi di dialoghi che si intrecciano in farmacia: li sento, ma non vedo chi li pronuncia; colgo toni e inflessioni, ma mi mancano le espressioni ed il linguaggio del corpo. È un esercizio interessante perché mi permette di analizzare la qualità del processo comunicativo.
Mio padre diceva che mia madre quando parlava sembrava che accendesse l'audio a caso in mezzo al flusso dei suoi pensieri. Bene, ho scoperto che questo, in modo più o meno marcato, accade quasi a tutti e anche molto di frequente. Intanto, molto spesso, manca il soggetto della frase quando non è per niente sottinteso: sembra una sciocchezza, ma, vi assicuro, nelle comunicazioni di servizio cercare di far mente locale su di che cosa stiamo parlando fa perdere un mucchio di tempo e ingenera un sacco di equivoci.
Un altro elemento critico riguarda i tempi della comunicazioni: parlare ad una persona concentrata in un altro lavoro non solo la disturba, ma, soprattutto, è del tutto inefficace. Lo ripeto almeno venti volte al giorno, ma le brutte abitudini sono dure a morire.
Sul fronte dei contenuti, invece, il problema è più complicato: per qualche bizzarro motivo si tende a ritenere più educato (o meno aggressivo) non parlare chiaramente e direttamente, ma tacere sul momento per brontolare o criticare o contestare in separata sede, in assenza dell'interlocutore d'elezione. In questo caso interviene una certa confusione fra forma e sostanza: dire ad una collega " se fai in questo modo mi metti in difficoltà: puoi fare in quest'altro modo?" non può essere considerato in alcun modo una mancanza di rispetto o fonte di offesa da lavare col sangue. Tacere di fronte a qualcosa che disturba per poi o sbottare in modo brusco quando si è giunti al limite o mugugnare a mezza voce con tutti quelli che capitano a tiro tranne il diretto interessato è molto peggio. I dissapori si ingigantiscono ed il malumore serpeggia senza tregua.
Il punto vero è un altro: talvolta non è un singolo gesto o un comportamento quello che disturba, ma un insieme di atteggiamenti, un modo di porsi in generale ed è molto difficile affrontare il sentire confuso ed indefinito che domina la situazione. È inutile negarlo: nel gruppo tendono a prevalere più debolezze e fragilità che non i punti di forza di ciascuno.
E bisogna chiarire un'altra questione: per lavorare bene assieme e costituire una squadra unita non si deve essere necessariamente amici nel senso più comune che si attribuisce a questo termine. Stare bene con altre persone e collaborare con esse non richiede per forza una condivisione anche della propria sfera privata. Se nasce spontaneamente un legame più intimo è un'ottima cosa, ma ognuno a diritto alla salvaguardia e al rispetto della propria individualità e delle proprie scelte. Quando ci si addentra nel mondo dei sentimenti ci si caccia in un ginepraio da cui è difficile uscirne indenni o, perlomeno, con pochi danni.
Mi consola il fatto che c'è lavoro almeno per altri tre anni: fino al 2019 sono a posto con i buoni propositi.
venerdì 1 gennaio 2016
Ci sono dei riti che non si riesce proprio ad evitare
A fine anno si deve fare un bilancio se non altro per sancire il passaggio e potersi illudere di ricominciare da capo. È un po come se dicessimo: l'anno è finito, chiuso. Adesso inizia una cosa nuova e la partita è ancora tutta da giocare. Contiamo i morti e i feriti, riuniamo le truppe e ributtiamoci nella mischia, che tutto può ancora succedere, tutto può ancora avverarsi. Come se avesse un qualunque significato il fatto che i sogni si realizzino a gennaio piuttosto che a giugno, a novembre e non a marzo. Come se dovessimo compilare un altro inventario da presentare ad un'entità superiore per un premio, per un biasimo.
Siamo i figli delle diete che devono cominciare il lunedì, smettiamo di fumare solo il primo giorno del mese, invochiamo nuovi inizi con riti carismatici per esorcizzare la paura di fallire, per supplire ad una convinzione che latita.
Tant'è: cominciamo con le cose brutte.
Abbiamo perso alcuni pazienti cronici: se mese dopo mese ti occupi di una persona, dei suoi malanni, l'accompagni ad ogni cambio di terapia, condividi ogni progresso e ogni aggravamento, questa diventa un membro della famiglia allargata della farmacia. Quando se ne va, sei pervaso da sentimenti confusi nei quali si mescolano un senso di fallimento, un'idea di abbandono, il pensiero di aver subìto una grave ingiustizia. Cancellarlo dall'elenco settimanale dei pazienti in uscita è un gesto triste che sa di sconfitta.
Ci sono state tutta una serie di crisi, personali e collettive: alcune brevi e violente, altre più striscianti e subdole e per questo più difficili da affrontare. Già lavorare in nove in ottanta metri quadri è un'avventura: in compenso, siamo diventate maestre di Tetris, ossia l'arte dell'incastro di persone e di cose. La parola d'ordine è "collaborazione", ma è una parola difficile e ha la sua origine nel concetto di comunicazione. Ci dobbiamo ancora lavorare, e parecchio, ma questa è tutta un'altra storia.
Le cose belle.
Il "progetto" sul quale poggia l'intera farmacia ha preso forma definitiva e comincia ad emergere con chiarezza. Ho fatto talmente tanti tentativi, abbiamo fatto talmente tante false partenze, ci sono stati talmente tanti aggiustamenti di rotta, che quasi non mi rendevo conto che invece il quadro era chiaro e la strada tracciata. Me lo ha fatto notare ieri un cliente: " dottoressa", mi ha detto,"qui si deve aspettare, c'è sempre la fila, ma se uno ha un problema e vuole una risposta qui deve venire. A gli altri il dolce, a voi le rogne: ma va bene così, vero?". Si, va bene così.
Ho imparato a delegare: un gradino alla volta, ma il delirio di onnipotenza comincia a lasciare il passo ad una nuova consapevolezza dei miei limiti. Cerco di curare maggiormente la qualità di quello che faccio e responsabilizzo di più chi lavora con me. Intanto, soprattutto negli ultimi mesi, mi sono imposta di rispettare l'orario di lavoro: niente più inizi alle 6.30, basta alle dodici ore filate. Quando sono stanca combino solo guai; e poi, ogni tanto, devo prendere una certa distanza dalle cose, mi devo allontanare, altrimenti perdo senno e razionalità.
In fondo, non è stato un anno molto diverso da tutti quelli passati e, speriamo, da quelli futuri.
Per i buoni propositi, il prossimo post. Non ho ancora ben deciso.
Siamo i figli delle diete che devono cominciare il lunedì, smettiamo di fumare solo il primo giorno del mese, invochiamo nuovi inizi con riti carismatici per esorcizzare la paura di fallire, per supplire ad una convinzione che latita.
Tant'è: cominciamo con le cose brutte.
Abbiamo perso alcuni pazienti cronici: se mese dopo mese ti occupi di una persona, dei suoi malanni, l'accompagni ad ogni cambio di terapia, condividi ogni progresso e ogni aggravamento, questa diventa un membro della famiglia allargata della farmacia. Quando se ne va, sei pervaso da sentimenti confusi nei quali si mescolano un senso di fallimento, un'idea di abbandono, il pensiero di aver subìto una grave ingiustizia. Cancellarlo dall'elenco settimanale dei pazienti in uscita è un gesto triste che sa di sconfitta.
Ci sono state tutta una serie di crisi, personali e collettive: alcune brevi e violente, altre più striscianti e subdole e per questo più difficili da affrontare. Già lavorare in nove in ottanta metri quadri è un'avventura: in compenso, siamo diventate maestre di Tetris, ossia l'arte dell'incastro di persone e di cose. La parola d'ordine è "collaborazione", ma è una parola difficile e ha la sua origine nel concetto di comunicazione. Ci dobbiamo ancora lavorare, e parecchio, ma questa è tutta un'altra storia.
Le cose belle.
Il "progetto" sul quale poggia l'intera farmacia ha preso forma definitiva e comincia ad emergere con chiarezza. Ho fatto talmente tanti tentativi, abbiamo fatto talmente tante false partenze, ci sono stati talmente tanti aggiustamenti di rotta, che quasi non mi rendevo conto che invece il quadro era chiaro e la strada tracciata. Me lo ha fatto notare ieri un cliente: " dottoressa", mi ha detto,"qui si deve aspettare, c'è sempre la fila, ma se uno ha un problema e vuole una risposta qui deve venire. A gli altri il dolce, a voi le rogne: ma va bene così, vero?". Si, va bene così.
Ho imparato a delegare: un gradino alla volta, ma il delirio di onnipotenza comincia a lasciare il passo ad una nuova consapevolezza dei miei limiti. Cerco di curare maggiormente la qualità di quello che faccio e responsabilizzo di più chi lavora con me. Intanto, soprattutto negli ultimi mesi, mi sono imposta di rispettare l'orario di lavoro: niente più inizi alle 6.30, basta alle dodici ore filate. Quando sono stanca combino solo guai; e poi, ogni tanto, devo prendere una certa distanza dalle cose, mi devo allontanare, altrimenti perdo senno e razionalità.
In fondo, non è stato un anno molto diverso da tutti quelli passati e, speriamo, da quelli futuri.
Per i buoni propositi, il prossimo post. Non ho ancora ben deciso.
Iscriviti a:
Post (Atom)